Il nome sullo schermo

scritto da Testadolce
Scritto 11 giorni fa • Pubblicato 11 giorni fa • Revisionato 11 giorni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Testadolce
Autore del testo Testadolce
Immagine di Testadolce
Con questo racconto, quest'anno, ho partecipato al contest di san valentino. Non ho vinto ma, su più di cento partecipanti, sono arrivata ventesima se ben ricordo (o poco più/poco meno). Buona lettura
- Nota dell'autore Testadolce

Testo: Il nome sullo schermo
di Testadolce

La chiamata era arrivata alle otto di mattina.
"Luke, mi dispiace tantissimo." La voce di Faye tremava leggermente. "I ragazzi vogliono esplorare quel palazzo abbandonato oggi, quello di cui ti avevo parlato. Lo demoliscono domani e.…"
"Faye, sul serio?" Avevo stretto il telefono più forte. "Abbiamo i biglietti da giorni."
"Lo so, amore. Lo so. Perché non vieni con noi? Si trova a Hillcrest, sai, vicino al vecchio cinema. Potrebbe essere divertente, dicono che…"
"Che è infestato, sì." Avevo sbuffato. "Sono tutte cazzate, Faye. Leggende urbane."
Silenzio. Poi un sospiro.
"Va bene. Ci vediamo stasera?"
"Certo. Divertiti con i tuoi cacciatori di fantasmi."
Avevo chiuso la chiamata bruscamente. Per un po’ avevo pensato di andare comunque al parco divertimenti, magari chiamare Marco, ma poi no. Forse era il momento giusto per dedicarmi finalmente al mio videogioco, quel progetto che languiva nel computer da mesi. Una domenica intera, solo io e il codice.
Era quasi mezzogiorno quando il mondo si è spaccato in due.
Il boato è arrivato da sottoterra. Profondo. Come se la terra stessa stesse urlando. Poi il pavimento ha iniziato a ondeggiare. Mi sono aggrappato alla scrivania mentre tutto si disintegrava. Libri che volavano. Vetri che esplodevano. Il soffitto che pioveva intonaco e polvere.
Il Big One.
Quando le scosse si sono placate, sono uscito barcollando. San Diego non esisteva più. Macerie. Fumo. Sirene lontane. Ho provato a chiamare Faye. Niente. Il cellulare mostrava solo un messaggio di errore. Ripetitori crollati, linee sovraccariche.
Faye.
Era in quel palazzo. E adesso?
Il mio garage era sepolto sotto il cemento. Ma due isolati più in là c'era un motorino abbandonato in mezzo alla strada, le chiavi ancora inserite. Qualcuno era scappato lasciando tutto. Non ci ho pensato due volte. L'ho preso e sono partito.
Le strade erano un incubo. Crepe larghe come fiumi, auto rovesciate, gente che urlava nomi. Schivavo detriti, saltavo voragini. Il vento mi portava odore di polvere e gas. Ma io andavo avanti. Dovevo raggiungerla.
Sapevo dov'era. Me lo aveva detto quella mattina.
Quando l'ho visto, il cuore mi ha fatto un balzo. Era in piedi. Danneggiato, sì. Crepe enormi sulle facciate, finestre implose. Ma in piedi. Non crollato su sé stesso.
Ho lasciato cadere il motorino e sono corso verso l'ingresso. "FAYE!" Il mio urlo si è perso nella polvere. Sono entrato correndo. Travi cadute, vetri ovunque. "FAYE, RISPONDIMI!"
Ho esplorato ogni angolo. Il pianterreno. Le scale. Il primo piano. Cercavo tracce della comitiva. Zaini, torce, qualsiasi cosa. Niente. Ho scavato con le mani nude dove il soffitto era parzialmente crollato. Le dita sanguinavano. Il respiro bruciava.
"Dove sei?" Ho urlato di nuovo, la voce spezzata.
E poi il pensiero. Freddo. Lucido. Erano usciti dopo il terremoto, appena avevano sentito le scosse. E adesso Faye era da qualche parte là fuori. Forse a cercare me. Forse era andata a casa mia, aveva visto il disastro, e adesso...
Sono risalito sul motorino. Il viaggio di ritorno è stato veloce. Impaziente. Dovevo raggiungerla, dirle che stavo bene.
Quando ho svoltato l'angolo della mia strada, l'ho vista.
Faye.
Era lì, davanti alle macerie di casa mia. Con lei c'erano i suoi amici: tutti e cinque, sporchi di polvere ma illesi.
"Faye!" ho urlato, scendendo dal motorino.
Lei non si è voltata.
Mi sono avvicinato di corsa. "Faye, amore, sono qui!"
Non mi guardava. Fissava qualcosa tra le macerie. Singhiozzava. Le spalle che sussultavano. Uno dei suoi amici le teneva una mano sulla spalla, mormorando parole che non sentivo.
Mi sono fermato accanto a lei. Ho seguito il suo sguardo.
E l'ho visto.
Il mio corpo. Schiacciato sotto una trave. Il volto pallido, gli occhi chiusi, una mano tesa verso il cellulare poco distante. Lo schermo rotto mostrava il suo nome.
"No," ho sussurrato. "No, no, no..."
Le mie mani. Intatte. Nessun graffio dalle ricerche. Ho toccato il motorino dietro di me. I polpastrelli l'hanno attraversato come nebbia.
"Luke," singhiozzava Faye, in ginocchio accanto al mio corpo. "Luke, ti prego. Dovevamo andare al parco. Dovevamo... Perdonami. Perdonami per averti lasciato solo."
Avrei dovuto venire con te. Anche se non ci credevo, avrei dovuto esserci. Invece ti ho lasciata andare da sola, sono rimasto qui, e adesso tu soffri per colpa mia.
Ho voluto urlarle che non era colpa sua. Che l'amavo. Che andava tutto bene.
Ma le mie labbra non hanno emesso alcun suono.
Sono caduto in ginocchio accanto a lei. Ho cercato di toccarla, di abbracciarla. Le mie braccia l'hanno attraversata. Come non fossi nulla. Come non fossi mai stato.
"Non piangere," ho implorato nel silenzio che solo io sentivo. "Faye, amore mio, non piangere."
Ma lei continuava a piangere. E io potevo solo guardarla.
Mentre il sole tramontava su San Diego distrutta, ho capito.
Forse quell'edificio era davvero infestato, come dicevano. Ma io ero diventato un fantasma altrove: condannato a vagare non tra mura abbandonate, ma accanto all'unica persona che non potevo più toccare.

Il nome sullo schermo testo di Testadolce
5